57 – Bobby McFerrin

Dopo secoli di assenza si torna a parlare di musica con un artista molto complesso, che salta fra l’ambiente classico e i metodi sperimentali, fra l’improvvisazione estrema, la comunicazione e la rigida accademia in un continuum di manifestazioni di amore per il suono che gli hanno valso l’epiteto di “ambasciatore della musica”.

Bobby McFerrin è un jazzista atipico. Il primo a fare un album jazz solo con una voce. Infatti sono famosi i suoi concerti in solitaria nei quali la potenza espressiva della sua voce, del suo corpo e del modo di comunicare diventano un tutt’uno col pubblico, creando spettacoli musicali. Sempre e del tutto improvvisati.

L’altro lato di questo performer affonda le radici nella musica classica: dopo “solo” dieci Grammy come miglior voce maschile jazz, decide di iniziare a studiare direzione d’orchestra e si mette a collaborare con varie rinomatissime orchestre.

Quindi non c’è da stupirsi se nella sua vastissima discografia ci sono album jazz come voce solista, duetti e collaborazioni con mostri sacri della musica (uno per tutti: Chick Korea), album di musica classica nei quali dirige orchestre che suonano Mozart, Vivaldi o Tchaikovsky, album nei quali recita storie assieme a Jack Nicholson… Da un musicista del genere ci si può aspettare di tutto. Il suo pezzo più famoso è una improvvisazione in studio di registrazione, nella quale con diverse sovraincisioni di parti vocali fa da accompagnamento completo al cantato, in una canzone che si chiama “don’t worry, be happy”.

E l’impronta più caratterizzante della sua produzione è l’improvvisazione. Per Bobby la musica è il linguaggio della libertà. La vive con una tale naturalezza che non esiste nessuna regola nei suoi concerti. Il pubblico partecipa ed interagisce, sperimenta e si diverte, guidato dalle 4 ottave di estensione della voce del cantante che rende così di ogni live una esperienza unica.

Un musicista così versatile è difficile da definire o da consigliare ad un pubblico preciso. Ce n’è per tutti, dai bambini che vogliono sognare mondi surreali sugli album con Jack Nicholson a quelli nei quali gli intrecci fra la voce di McFerrin ed il piano di Chick Korea tessono armonie jazz complesse, fino a quelli di musica classica, con magistrali esecuzioni di alcuni fra i grandi compositori del passato.

Ad oggi, la sua discografia comprende i seguenti album:

  • Bobby McFerrin (1982)

  • The Voice (1984)

  • Vocalese coi Manhattan Transfer (1985)

  • Spontaneous Inventions (1986)

  • Simple Pleasures (1988)

  • Don’t Worry, Be Happy (1988)

  • Bobby’s Thing (1988)

  • Medicine Music (1990)

  • Play, (1990)

  • Hush (1992)

  • Paper music (1995)

  • The Mozart session (1996)

  • Bang! Zoom (1996)

  • The Mozart session (1996)

  • The Blue Note Years (1996) (compilation)

  • Jazz masters (1997) (compilation)

  • Beyond Words (2002)

  • VOCAbuLarieS, EmArcy (2010)

  • Rares

  • Spirityouall, Masterworks

E per scegliere cosa ascoltare potete tranquillamente pescare nel mucchio: cambia il genere, ma è tutto di alta qualità.

Consigliato a chi ascolta: Di tutto? Si, decisamente.

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56- Random Access Memories, Daft Punk

daftpunk-1367945965Da “homework” ad adesso sono passati sedici anni, ed ad ogni uscita di un album dei Daft Punk c’è sempre da chiedersi cosa gli sarà passato per la testa questa volta. Li abbiamo sentiti evolversi in un franch touch raffinato, ipermoderno e contemporaneamente pieno di radici in pressoché ogni genere. Con la colonna sonora di “Tron Legacy” li abbiamo sentiti in una nuova veste più ambient… ma non mi sarei mai immaginato qualcosa del genere. Il nuovo album dei due robot francesi ha un titolo azzeccatissimo. Al di là della citazione informatica, è veramente un prontuario di memorie alle quali sembra si arrivi casualmente. Questo nuovo lavoro non ha niente a che fare col resto, eppure è evidentissimo che le menti che lo hanno partorito sono le solite. Immaginate la loro carriera come una serata in discoteca. Dopo un po’ di house vecchio stile, di musica da club che ti fa sudare sulla pista da ballo e dopo la parentesi psichedelica di fine serata, è il momento di sedersi e bere qualcosa. Ecco, R.A.M è la perfetta colonna sonora di questo momento. Molto più “suonato”, pesantemente anni ’70-’80 e leggerissimo da ascoltare, non perde il suono Daft Punk ma si lancia in un citazionismo che supera quello di Tarantino per il cinema, senza per questo avere il sapore del già sentito. Le influenze sono tantissime: Alan Parson, George Benson, momenti nei quali sembra stia arrivando Craig David ed altri nei quali sembra che stiano facendo la cover di una rarità da B-side di un qualche bootleg di Roger Waters. R.A.M. è un album controverso che secondo me venderà tantissimo e spaccherà la critica fra quelli che apprezzeranno la nuova veste e quelli che penseranno al fenomeno commerciale. Io, per adesso, non posso fare altro che ascoltarlo diverse volte al giorno. Già dall’inizio della prima traccia, “Give life back to music”, capisci che devi scordarti la roba alla “one more time” e “technologic” e metterti comodo e seduto. Questo album si ascolta, non si balla. Chitarre funky, bassi dance, batterie suonate con il charleston in levare o coi controtempi alla Genesis, le voci con gli harmonizer ed i talk-wah tipici del gruppo e le tastiere fra la psichedelia, il jazz ed il blues creano un mix molto accattivante, adatto ad un pubblico molto più composito. Abbandonati i virtuosismi chitarristici ipereffettati, in quest’album la bestia rara dietro lo strumento è il batterista, ma anche il tastierista con i suoi intermezzi jazz raffinatissimi (e probabilmente i due musicisti sono la stessa persona). È sicuramente un lavoro più maturo, con meno “esibizionismo” e molta più raffinatezza. Una nuova era della sperimentazione dei daft punk, che potrebbe essere chiamata “come ti stravolgo le radici e le rendo altrettanto accattivanti”. Il lavoro è impreziosito da molti ospiti, ma quello che ringrazio di più è un autore prima a me sconosciuto: Giorgio Moroder, un musicista e compositore che è stato importantissimo nello sviluppo dei suoni della musica degli anni ’70-’90, anche se per lo più lo ha fatto all’ombra della musica colta e pesantemente immerso nella dance da discoteca. Ed a tal proposito, eccovi il pezzo che preferisco, che vi fa capire quanto poco i Daft Punk hanno deciso di somigliare ai Daft Punk. Mettete le cuffie ed allacciate le cinture per i nove minuti di “Giorgio by Moroder”:

In questa traccia c’è un riassunto degli ultimi 40 anni di musica, magistralmente miscelati fra suoni caratterizzanti, tecniche precise ed associazioni di strumenti. Ma ad ogni traccia possiamo apprezzare un aspetto diverso della cultura del gruppo. Al di là di “Get Luky” con Pharrel Williams e della prossima candidata ad essere il tormentone invernale, la traccia “Loose yourself to dance”, in collaborazione con lo stesso cantante (pezzi che sentiremo fino alla noia in radio), R.A.M. È pieno di chicche particolari che possono interessare più l’audiofilo che il discotecaro. Una meravigliosa “Touch” in collaborazione con Paul Williams, ad esempio, sembra venire fuori da una piece teatrale e potrebbe andar bene per certi lavori di Roger Waters con pochissime modifiche ai suoni. Quest’album è lungo, molto variegato e pieno di sorprese. Dimenticate di avere a che fare con i Daft Punk ed affrontatelo come se fosse un gruppo che non conoscete. Sarà tutta un’altra esperienza.

A questo punto consiglio vivamente tutto l’album, soprattutto i pezzi “within”, “beyond” e “motherboard” (tre lenti o quasi), sponsorizzo la meravigiosa-quantosembravintagemaanchedifantascienza-appenafiniscelarimetto “Giorgio by Moroder” e vi informo che il primo singolo è “Get luky” e credo che sceglieranno come secondo “Loose yourself to dance”.

Consigliato a chi ascolta: musica dance e psichedelica, nomi come Donna Summer o come Alan Parson, ma anche il funky jazz di George Benson ed il pop di Craig David. Consigliato anche a chi ama i vecchi lavori dei Daft Punk per capire che dentro un musicista c’è sempre molto di più del genere per il quale è famoso.

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55- Let them talk, Hugh Laurie

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E se dottor House facesse un giro nel delta del Mississippi?
Hugh Laurie è un bluesman vecchio stampo, di quel filone primordiale nel quale le chitarre slide si mescolano ai pianoforti stanchi, ai testi gospel ed alle atmosfere da baretto buio con tipi loschi, donnina con vestito leggero e qualcuno sempre pronto a tirar fuori una rivoltella da sotto la giacca. Per l’occasione ha scelto alcuni grandi standard della tradizione, instaurato un paio di collaborazioni serissime (Tom Jones e Dr. John, per esempio) e si è messo a suonare con tutta la verve che ti aspetteresti da un uomo dalla pelle molto più scura della sua. Let them talk è uscito nel 2011 sul mercato britannico ed ha fatto istantaneamente il giro del mondo, forte anche della fama dell’attore. Spesso, però, i divi del cinema che si cimentano nella musica non danno il meglio. Questa è una piacevolissima eccezione, che si lascia ascoltare continuamente senza arrivare mai alla noia.
Una intro di pianoforte da club anni ’40 dà il via all’album ed alla traccia “St. James Infirmary”, ed all’ingresso degli altri strumenti hai già capito cosa aspettarti da questo lavoro: contrabbassi, chitarre acustiche slide, banjos, batterie leggere e ritmate con quello swing che ti fa muovere la testa anche se non vuoi e qualche fiato qui e là (oltre ad un leggero tappeto di archi quando serve ed a qualche assolo di violino country) si danno manforte a costruire suoni a metà fra la vecchia band blues e la big band jazz. Ironia, passione, melancolia, stanchezza (se vuoi suonare un vero blusettone devi sembrare stanco altrimenti non rende bene, c’è poco da fare), rabbia repressa e fede da predicatore sono talmente presenti che rischieresti di pensare che si sfiora lo stereotipo. Invece la miscela è accattivante, fa atmosfera e ti fa desiderare un whisky on the rocks, fumo stantio e luci soffuse. Ogni pezzo è ben caratterizzato, con precise combinazioni di strumenti e tecniche: si passa dalla big band di “six cold feet” al gruppo country (con tanto di fisarmonica e violino) di “Battle of Jericho”, dalle chitarrine e banjos da strada di “You don’t know my mind” al trio di sax, pianoforte e batteria di “After You’ve Gone” (magistralmente cantata da Dr. John). Nonostante questa varietà l’album segue un preciso filo logico e ci conduce attraverso le radici del blues, dello swing, delle contaminazioni fra ex schiavi ed ex emigranti che hanno dato vita alla musica moderna per come noi adesso la conosciamo, mischiando tradizioni e strumenti e creando la musica nera per eccellenza.
I 15 pezzi della tracklist scorrono molto velocemente alle orecchie, senza momenti di noia. Essendo indeciso su cosa farvi sentire come esempio, ho preso un pezzo corto ma pieno di carica: Swanee River.

 

Insomma, a questo punto credo sia abbastanza chiaro il tipo di lavoro fatto dall’artista britannico.

Da ascoltare è sicuramente la succitata “Swanee River” ma anche “Battle of Jericho”, “Six feet cold” ed un po’ tutto l’album: Sono 55 minuti che passano in un attimo.

Consigliato a chi ascolta: Dr. John, Robert Jones, John Lee Hooker e tutta la vecchia leva dei bluesman storici.

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quando un referrer è un perchè part 3

Perchè al peggio non c’è mai fine.
Devo leggere più spesso i miei referrers, rischio di perdermi certe chicche allucinanti.
Qualche genio metropolitano è arrivato a questo blog cercando questo:
che sigarette fuma skrillex.

La mia mente viene affollata da domande, tipo:
-perchè?
-che minchia te ne fotte delle sigarette che fuma skrillex?
-appena lo scoprirai fumerai anche tu le stesse?
ma soprattutto:
-Google, caro ed amatissimo motore di ricerca, che minchia ti fumi tu per portarmi in casa gente così?

Ai posters l’ardua sentenza.
 

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54- Best of Yoshida Brothers – Tsugaru Shamisen

Non l’ho mai fatto, ma questa volta è proprio il caso di farlo. Scrivo questa recensione dopo un solo ascolto, ma credo che ne valga la pena (ed il mio lavoro mi ruba troppo tempo, so che altrimenti non la scriverei mai).
Video suggerito da Youtube, parte l’ascolto e mi gaso all’istante. Mi procuro un pò di materiale del duo giapponese ed inizio ad ascoltare.
Prendete due suonatori di Shamisen (al secolo i fratelli Yoshida, appunto), ovvero quello strumento tradizionale giapponese che si suona con una sorta di plettro grande quanto una 500 della fiat, con tre corde e la cassa armonica rettangolare. Vestiteli con un bel Kimono di quelli eleganti e poi fateli andare in giro per l’america dell’ultimo secolo ad incontrare vari musicisti di strada per una bella jam session. Questa è la prima impressione che ho avuto ascoltando il best dei fratelli. Nonostante lo shamisen abbia un suono estremamente caratterizzante e ben legato alle sue radici tradizionali e territoriali, viene manifestata una grande versatilità nell’uso in tutte le tracce dell’album. Si passa dal country al metal non disdegnando la ballata etno-lounge o il pezzo buono per la colonna sonora di Matrix. Gli Yoshida Brothers sono due musicisti raffinati che non mancano di umorismo nè di inventiva e sono capaci di creare atmosfere sognanti tanto quanto momenti ludici e da cazzeggio, spaziando fra generi mentre tengono i piedi ben piantati nella loro terra natìa. Come ci si può aspettare dai giapponesi, sono estremamente attenti ai dettagli e non sembra mai che un suono sia scelto senza una seria motivazione. Sia gli effetti "old radio" usati per equalizzare certi strumenti dal sapore antico, sia le scelte elettroniche alla moda di certi sinth sono lì perchè ci devono essere, creando valore aggiunto. Una delle chicche più divertenti ed al contempo interessanti è il pezzo di tango argentino-nipponico che ricorda le atmosfere noir degli anni quaranta di certi film giapponesi che risultano un pò anacronistici, pur non mostrando contrasti fastidiosi. L’armonia delle dissonanze è una caratteristica dei suoni di tutto il lavoro, perfettamente in antitesi con la scelta estremamente calzante di usare costrutti armonici tradizionali che scivolano dentro generi musicali provenienti dagli antipodi del mondo in totale fluidità. Ogni pezzo che ascolti è una sorpresa e dopo la prima metà del disco hai capito che puoi aspettarti di tutto da due musicisti così. Oltre agli shamisen non mancano chitarre acustiche ed elettriche, bassi, sinth che rasentano il mellotron mischiati a suoni degni del korg triton, una sezione ritmica di tutto rispetto fatta da percussioni o batteria, drum machine o anche solo un battito di mani. Album pieno di voci, che senti a caso quando il pezzo incalza nell’andirivieni dello stop and go, giusto per esclamare qualche "UH!" di enfasi e vedere dentro la tua mente quelle zoommate allucinanti dei film giapponesi di arti marziali di quarta categoria che facevano negli anni 60 e 70. Un lavoro decisamente complesso dal punto di vista tecnico ma anche molto facile da ascoltare ed alla portata dell’orecchio di tutti. Giusto per far capire cosa intendo, ecco il video del pezzo di chiusura di questo best, edito nel 2008, un modo scoppiettante per finire la tracklist e darti voglia di riascoltarlo subito.

 

Pezzi consigliati: Ce n’è per tutti i gusti, prendetene e mangiatene tutti. Vale la pena di ascoltarlo per intero, tanto dura circa quaranta minuti.
Consigliato a chi ascolta: la musica etnica, le colonne sonore (soprattutto quelle alla Tarantino), hiromi uehara ed Hironobu Kageyama ma anche Bjork e la musica elettro-folk. C’è un’influenza buona per ognuno, non avete che da scegliere il vostro brano preferito.

 

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53- Skrillex

Sonny John Moore, meglio conosciuto come Skrillex, è un ragazzino americano dell’88 che ha già una carriera più che decennale in vari ambiti della musica, vantando collaborazioni del livello dei Korn e riconoscimenti seri, come l’essere entrato fra le 100 band da conoscere secondo la rivista Alternative Press Magazine. Cantante e chitarrista, ha militato in diversi gruppi e partecipato alle stesure dei relativi album prima di iniziare la propria carriera da solista come dj-producer. Per una persona come me poco avvezza alle infinite sfumature della musica elettronica, gli album di Skrillex sono di difficile definizione: le contaminazioni sono tante e non sono sicuro di identificarne i generi, ma il risultato finale è sicuramente caratterizzante. Credo che molto del suo sound dipenda dalle influenze che hanno avuto i Daft Punk, soprattutto nel periodo di Uman after all. A queste si uniscono i sinth della house e della minimal, mischiati a suoni ad 8- e 16-bit e tecniche di mixaggio tipiche del traktor e di chi compone ad 8-bit. Chitarre e bassi dubstep, ma anche tanti campionamenti, anche di voci spesso in doppia linea ed elaborate in modo da averne una ad un’ottava superiore ed una ad un’ottava inferiore. Ogni suono è il punto di partenza per una elaborazione ed effetti come i modulatori di tono vari, i vocoder, i talk ed i deelay sono molto presenti, usati alla maniera dei dj. Loop che si interrompono e ripartono, creando sezioni ritmiche continue anche di sinth o di voce, suoni che sembrano venuti fuori da certa minimal degli anni 90 e che contemporaneamente sono sia più retrò che applicati in maniera più moderna. In effetti questi album hanno una datazione temporale complicata: i suoni non sono particolarmente nuovi eppure non risultano datati. Questo denota grande ingegno e gusto raffinato da parte di Skrillex, che riesce a produrre pezzi marcatamente elettronici eppure non cristallizzati in una “epoca sonora” precisa. Giusto per capire, questo è uno dei suoi pezzi più famosi:


Scary monsters and nice sprites è la title track dell’album di maggiore successo,al quale si aggiungono altri due lavori ed una abbondanza di remix di pezzi famosi fra Lady Gaga, Snoop Dog, Bring me the horizon ed altri.

I pezzi consigliati: la succitata Scary monsters and nice sprites, With Your Friends (Long Drive) e Kill everybody, ma gli album sono tutti molto facilmente ascoltabili anche da uno come me che di solito ascolta tutt’altro.


Consigliato a chi ascolta: Daft punk, Planet funk, Bacalao e la musica ad 8-bit, la house e la dubstep, ma anche certo pop ed hip hop. Consigliato soprattutto ai dj che suonano minimal, giusto per far capire loro che oltre a 6 minuti interrotti di bibip vari su una grancassa ci può essere qualcosa.

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52- Handmade, Hindi Zahra

Progetto di scrivere questa recensione da quasi un anno, ma le vicissitudini mi hanno allontanato da questo blog. A chi è un habitué chiedo umilmente perdono, invece per gli altri non è cambiato nulla e quindi chissenefotte.
L’album in questione è l’unico nato, dopo un paio di ep e prima di una riedizione deluxe dello stesso, di una artista emergente che in breve tempo si è fatta conoscere in giro per il mondo. Franco-marocchina, ha vissuto fra la Francia ed il Marocco ed ha arricchito il suo bagaglio di influenze di entrambi i luoghi.Quasi interamente cantato in inglese, non manca delle atmosfere da riva della Senna né dei retrogusti speziati del nordafrica- ma si tuffa fra le colonne sonore tristi dei film di mezzo secolo fa, mimetizzandosi perfettamente. Una sensuale voce calda e malinconica, ma anche decisa ed incisiva, è accompagnata da chitarre acustiche ed elettriche, basso, percussioni, batteria, una moderata elettronica ed anche, di tanto in tanto e molto velatamente, strumenti arabi. La cantante e polistrumentista attinge anche dal blues, dal surfin, dall’indie e dal folk francese. Il primo pezzo dell’album, beautiful tango, è una sensualissima ballata lenta e ritmata che fa risaltare l’argomento passionale, pregno di ricordi del passato. A volte si sente una rabbia fra i denti, sussurrata in alcune tracce, a volte delle suppliche che ricordano tanto la Nancy Sinatra di “bang bang”. Questo ne è un perfetto esempio, secondo me:



Ogni traccia è decisamente ben caratterizzata: non perde lo stile dell’artista ma si differenzia molto dalle altre. Di frasi del tipo di love is so beautiful and cruel at the same timeè pieno tutto il lavoro, che però non istiga mai ad istinti suicidi: è lento, ti avvolge col tocco sensuale delle lenzuola di seta sulla pelle nuda dopo un bagno caldo e coccola i tuoi ricordi malinconici con rinnovata passionalità. Un album che ti fa desiderare il buio ed una sigaretta eternamente accesa, ma non manca di farti muovere la testa di lato nel frattempo che ascolti – o di farti sognare con tracce come “Don’t forget”, la penultima traccia. Niente virtuosismi, solo qualche chitarra con un leggero overdrive ed un wah wah che fanno assoli blueseggianti quasi in secondo piano mentre, magari, una chitarra acustica, un battito di mani, una chitarra col tremolo e poco altro accompagnano vocalizzi di tappeto fatti a più voci (sovraincise). Per qualche motivo in alcuni tratti mi ricorda anche certe cose di Tracy Chapman, pur non condividendone timbrica e genere.  

Pezzi consigliati: “Beautiful Tango” e “Music” su tutti, ma anche “At the same time”, “Imik si mik” e “Stand up”. Ma l’album è da gustare per intero, mantiene l’alta qualità in maniera costante. 

Consigliato a chi ascolta: Nancy Sinatra e la roba alla Tarantino, La musica easy listening scarna e molto acustica, certe escursioni di Noa o Tracy Chapman ma anche, perchè no, Norah Jones (con la quale Hindi Zahra ha collaborato) e Damien Rice.

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